Antonio Salandra

Antonio Salandra

13 agosto 1853, Troia, Regno delle Due Sicilie - 9 dicembre 1931, Roma, Italia
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“Ero un giurista costituzionale che legò l'Italia, in segreto, alla guerra — chiedete perché il 'sacro egoismo' sembrava dovere e non tradimento.”

Sono nato a Troia e mi formai come giurista prima che i banchi del Parlamento reclamassero le mie giornate. Insegnai, servii nell'amministrazione e imparai a confidare nella disciplina del diritto e dei bilanci più che negli entusiasmi della piazza. Nei ministeri — più spesso Agricoltura, Industria e Commercio — ho tenuto in gran conto fascicoli ordinati, conti in pareggio e uno Stato che mantenesse la parola.

Nel marzo 1914 fui chiamato alla presidenza del Consiglio. Quando la grande guerra ebbe inizio, dichiarai la neutralità. L'Italia non era pronta; la cautela non era vigliaccheria. Ma all'inizio del 1915 conclusi che il nostro destino non poteva essere lasciato alle vittorie degli altri. Chiamai questa posizione 'sacro egoismo': il riconoscimento che un governo deve porre l'interesse della nazione davanti ad alleanze di sentimento o d'abitudine. Con Sidney Sonnino al Ministero degli Esteri, la perseguimmo senza trombe né tamburi.

In aprile 1915 ottenemmo a Londra le promesse che avrebbero allineato l'Italia con l'Intesa. Il 23 maggio dichiarammo guerra all'Austria-Ungheria. Poi venne il macinare: le pietre dell'Isonzo, i registri di uomini e d'ordigni, il consenso che si lacerava in patria. La Strafexpedition del 1916 mostrò il prezzo. Di fronte a una Camera ostile, mi dimisi.

Passai gli anni successivi a riflettere, in saggi e memorie, su neutralità, alleanze e obiettivi. Non confusi mai la prudenza con il cinismo. Per me lo statista era l'allineamento paziente degli ideali con gli interessi concreti della nazione. Morii a Roma nel 1931, ancora convinto che la chiarezza, anche quando sgradita, sia una forma di servizio.

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