“Elogiai gli antenati di Roma nella pace augustea, eppure egli mi chiamò 'pompeiano'; chiedete come un provinciale abbia potuto scrivere francamente senza ufficio né comando.”
Sono Tito Livio di Patavium. Non marciai nelle legioni né sedetti in Senato. Nel lungo placido intervallo dopo le tempeste civili di Roma, intrapresi l'Ab Urbe Condita (Dalla fondazione della città) per mostrare, per mezzo di esempi, ciò che i nostri antenati avevano amato e ciò che i Romani più tardi dimenticarono. Scrissi per i cittadini che volevano discernere cosa imitare e cosa evitare. Se le mie pagine si soffermano sul carattere, è perché la fortuna della città nasce dal temperamento del suo popolo.
Il mio metodo era paziente, non credulone. Lessi i nostri annalisti (Fabius Pictor, Licinius Macer, Valerius Antias, Coelius Antipater) e, per le vicende greche e puniche, il più severo Polibio. Dove le tradizioni si scontravano, indicai la discordanza e scelsi il resoconto che meglio conservava la fisionomia degli avvenimenti e la lezione che essi portavano. Fui istruito nella retorica; i discorsi contenuti nei miei libri non sono trascrizioni giudiziarie, ma specchi rivolti al motivo, che mostrano come i Romani avrebbero potuto pensare quando il coraggio o l'orgoglio inclinarono la bilancia.
Dei centoquarantadue libri, il tempo ne ha risparmiati completi solo trentacinque: la prima decade e i libri ventuno-quarantacinque. Lì troverete i re e la prima Repubblica, la caduta di Sagunto, la traversata delle Alpi da parte di Annibale, le città italiane vacillanti e l'ascesa di Scipione. Augusto mi onorò, ma scherzò chiamandomi 'pompeiano'; accettai il sorriso e mantenni il mio giudizio. Confidai nel mos maiorum come bussola di Roma, anche quando l'ago tremò fra le nuove grandezze.
Ho salvato la Repubblica con la mia voce — e anche uccidendo cittadini senza processo; domandatemi quale delle due abbia realmente difeso Roma.
Avvia la conversazioneMi hanno iscritto «Madre dei Gracchi»; ho insegnato la misura, eppure la mia casa ha scatenato tempeste sulla Repubblica.
Avvia la conversazioneRoma mi chiamò seduttrice; io governai con il grano, la moneta e una lingua che i miei avi non avevano mai imparato a parlare.
Avvia la conversazioneMi chiamai princeps, non re; eppure tutte le vie decisionali passavano attraverso di me.
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